Il Museo di Scienze Naturali di Torino

Un viaggio tra animali insoliti ed estinti, tra Indiana Jones e Salgari

Per dieci anni è stato chiuso. Un’esplosione accidentale nel 2013 aveva danneggiato due piani e il museo aveva semplicemente smesso di esistere nella vita quotidiana della città. Poi nel 2024, quello che è uno dei Musei di Torino più amati dai bambini, ha finalmente riaperto.

Museo di Scienze Naturali di Torino

Una collezione costruita da esploratori, naturalisti e un po’ di fortuna

Quello che rende le collezioni zoologiche di questo museo diverse dalle altre è la storia che c’è dietro ogni pezzo. Gli animali esposti non sono stati semplicemente acquistati: sono il risultato di decenni di spedizioni, scambi diplomatici, viaggi avventurosi.

Franco Andrea Bonelli, il primo grande zoologo del museo, viaggiò per l’Europa agli inizi dell’Ottocento comprando pelli di animali da poter esporre. Uno dei suoi acquisti, un ippopotamo proveniente dal Capo di Buona Speranza, comprato a Londra nel 1823, è ancora lì. Ha più di duecento anni.

Tra i visitatori più assidui del museo nell’Ottocento c’era Emilio Salgari, che osservando gli animali esotici traeva spunto per i suoi romanzi. Il museo era, in un certo senso, la fonte di ispirazione di Sandokan. È il tipo di dettaglio che vale la pena raccontare ai bambini più grandi prima di entrare.

Il museo era frequentato da gran parte dell’intellighenzia torinese dell’Ottocento. La collezione era considerata tra le più importanti d’Italia, e attirava studiosi da tutta Europa. Gli animali esposti, come ricorda il museo stesso, “sono collegati alle vicende dinastiche e politiche piemontesi”, molti arrivarono come doni diplomatici o souvenir di spedizioni reali. Una storia simile a quella del Museo Egizio.

Gli animali che non ti aspetti e quelli che non esistono più

La sezione zoologica è organizzata per area geografica, il che la rende intuitiva anche per i bambini più piccoli. Dall’Oceania arrivano il vombato e il koala; dalla Nuova Guinea, gli uccelli del Paradiso con le loro piume iridescenti che sembrano inventate. Dal Sud America, il bradipo, il giaguaro e il condor delle Ande. Dagli Stati Uniti, l’alligatore del Mississippi. Dalle Alpi la marmotta, l’ermellino, il camoscio e l’istrice.

Ma la cosa che colpisce di più, e che vale la pena sottolineare ai bambini più grandi, è che alcune delle specie esposte non esistono più. Il Tilacino, l’Alca Impenne, il Parrocchetto della Carolina, la Colomba Migratrice Americana, il Leone di Barberia, il Quagga. Animali che si possono vedere solo qui, perché nel mondo reale non ci sono più. Nessuna didattica sull’estinzione funziona quanto stare davanti a un animale vero, imbalsamato, sapendo che l’ultimo esemplare della sua specie è morto in cattività qualche decennio fa.

I modelli di mastodonte e rinoceronte del Piemonte, testimoni di come questa zona fosse, qualche milione di anni fa, un posto molto diverso.

Fritz, l’elefante simbolo del museo

Fritz l'elefante del Museo di Scienze Naturali di Torino

È un elefante asiatico, enorme, al centro della sala principale. Arrivò a Torino nel 1827, dono del viceré d’Egitto al re Carlo Felice, e visse per anni nel serraglio della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Per annunciare la riapertura del museo, una sua copia in resina ha attraversato le strade della città fino a Piazza Castello. Sul corpo dell’originale viene proiettato in continuo un video mapping che mostra gli organi interni.

L’Arca: una balena, una nave e duecento anni di esplorazioni

La seconda sezione del Museo si chiama Arca delle Esplorazioni ed è contenuta in una struttura che evoca la sagoma di una nave, progettata dall’architetto Andrea Bruno sul finire degli anni Novanta. Al centro c’è lo scheletro di una balenottera comune spiaggiata a Bordighera nel 1844, pare in seguito a una lesione spinale. È grande. I bambini girano intorno e non finiscono di misurarsela.

Il resto della sezione racconta le spedizioni naturalistiche che nel corso dei secoli hanno arricchito le collezioni, dai viaggi ottocenteschi alle recenti esplorazioni in Madagascar dello zoologo del museo Franco Andreone. Gli strumenti d’epoca, le mappe, i reperti raccolti durante questi viaggi: un allestimento che trasforma la visita in una piccola avventura.

Bacheca dei coleotteri del Museo di Scienze Naturali di Torino

La sala delle meraviglie: dove i minerali sembrano gioielli

L’ultima sala è una sorpresa. Si entra aspettandosi fossili e si trova qualcosa che assomiglia a una gioielleria. La collezione di minerali, donata dall’appassionato Eugenio Falco, espone rodocrosite, azzurrite, quarzo ematoide, eblaite: colori e forme che non sembrano naturali.

La sala dei Minerali del Museo di Scienze Naturali di Torino

Alcuni pezzi provengono dalle miniere di Brosso e Traversella, in Piemonte, miniere che per secoli hanno prodotto minerali di qualità europea. Per i bambini che hanno già una passione per le pietre questa sezione vale da sola la visita.

Curiosità sul Museo di Scienze Naturali

Le domande che ci si fa davanti alle vetrine

Era un uomo che non riusciva a fare una cosa sola. Medico, naturalista, traduttore di Darwin, giornalista, rettore dell’Università di Torino, senatore del Regno. Arrivò al museo quasi per caso nel 1865, chiamato a sostituire il direttore De Filippi partito per una spedizione scientifica nel Pacifico sulla nave Magenta. De Filippi si ammalò e morì ad Hong Kong due anni dopo, e così Lessona rimase, e trasformò il museo in un centro di divulgazione scientifica tra i più attivi d’Italia. Fu lui a pubblicare, nel 1871, la prima traduzione italiana dell’Origine dell’uomo di Darwin per la UTET di Torino. In un paese ancora molto cattolico, portare Darwin in italiano era un atto culturale oltre che scientifico. Al museo porta ancora il suo nome un concorso letterario aperto alle scuole.

Fritz era un elefante asiatico donato nel 1827 dal viceré d’Egitto Muhammad Ali al re Carlo Felice di Sardegna, un omaggio politico nel pieno stile dell’epoca. Visse per anni nel serraglio della Palazzina di Caccia di Stupinigi, dove era diventato una sorta di attrazione locale. Quando morì, fu tassidermizzato e portato al museo, dove è rimasto da allora.

Salgari non aveva praticamente mai viaggiato, o quasi. I suoi romanzi di avventura esotica, i mari della Malesia, le giungle del Borneo, erano frutto di letture, enciclopedie e, appunto, visite al museo zoologico di Torino. Gli animali esotici nelle teche erano la sua documentazione sul campo. Sandokan, in un certo senso, è nato anche qui.

Il modello sì, ma la storia è vera: nel 1991 un aratro nei campi vicino a Villafranca d’Asti portò alla luce frammenti di ossa fossili. I paleontologi del museo scavarono e trovarono uno scheletro incompleto di rinoceronte, con oltre cento reperti ossei. La disposizione delle ossa suggeriva che il cadavere dell’animale fosse stato trascinato da una corrente fluviale. Qualche milione di anni fa, la pianura padana era un posto molto diverso.

Si spiaggiò a Bordighera nel 1844, pare a causa di una lesione spinale. Era una balenottera comune. Qualcuno ebbe l’idea di recuperare lo scheletro, che venne trasportato, montato e portato al museo. È rimasto lì da allora.

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